martedì 12 aprile 2016

Asphalte (Il condominio dei cuori infranti) di S. Benchetrit | Recensione

Il condominio dei cuori infranti (originale Asphalte) è un film francese del regista Samuel Benchetrit, attualmente in distribuzione nelle sale italiane. Passato in sordina, silenziosamente, forse per una errata scelta comunicativa e di marketing, la pellicola è una surreale e preziosa commedia amara, surreale e toccante. Nel grigiore delle banlieue parigine si incrociano sei storie, sei diverse solitudini, che daranno vita a tre diversi rapporti umani. Un lavoro apprezzatissimo dalla critica, di una scioccante e fredda desolazione, ma anche di un caldo nucleo di umano conforto degli inaspettati incontri. Sternkowitz, condomino ridotto su una sedia a rotelle dopo cento chilometri di cyclette e a cui è stato proibito l'uso dell'ascensore, sarà costretto a uscire di notte per cercare qualcosa da mangiare e troverà l'amore in una solitaria infermiera notturna; l'adolescente Charly che troverà in una attrice dimenticata, il calore di un affetto materno assente; infine John McKenzie, astronauta della NASA atterrato sul tetto del palazzo, verrà accolto dalla signora Hamida, donna algerina sola dopo l'arresto del figlio. 

I lunghi piani a camera fissa, le soggettive infinite, gli immensi silenzi riempiti solo da rumori ambientali avvolgono la narrazione di una poesia leggera, mai smielata, ma cruda, impassibile. Come impassibili, seppur carichi emotivamente, sono i viaggi dei personaggi, stoici nel loro dolore, nella fissità dei loro sguardi. Un grigio asfalto, che è anche il grigio dell'anime nella silenziosa lotta all'emarginazione. Le loro traiettorie troveranno umana salvezza in un'apertura l'uno verso l'altro, verso un unione che mai si tocca se non interiormente, con un soffocato esplodere di emozioni positive, sollievo momentaneo imbrigliato nell'invisibile gabbia del dolore. Una poetica sospesa tra prigione e sogno di fuga, arricchita da una vena ironica che contribuisce ad arricchire la narrazione allontanando lo spettro del patetismo, sebbene mai se ne avverta il rischio. Un delizioso prodotto cinematografico, sognante, fuori dagli schemi e dalle mode, silenziosamente emozionante. Spoglio e pieno. Lo spettrale rantolo periferico di uno conteiner che cigola e riempe di mistero le esistenze solitarie dei suoi abitanti. 


Un film di cui si è parlato davvero poco, a confronto del suo valore autoriale e contenutistico. Apprezzabilissimo per la sua nuda comunicazione, in grado di arrivare anche senza sonoro ad un pubblico vasto e variegato. Si paga forse, almeno in Italia, l'errore clamoroso della distribuzione di aver voluto marginalizzare il contenuto dell'opera, preferendo costruire un trailer ad effetto banalmente brillante da sagra della risata e lontanissimo dal reale valore del lavoro di Benchetrit. Come lo stesso titolo, ridicolizzato dal poetico e suggestivo "Asphalte", al più "italiano" e plateale "Il condominio dei cuori infranti". Si fosse venduto per quello che realmente è, forse se ne sentirebbe parlare maggiormente. Da spettatori soddisfatti, ci sentiamo letteralmente presi in giro dalla cafonaggine della distribuzione che ne ha decisamente svilito il valore, mentre invece è uno dei film più affascinanti e amabili dell'ultimo mese.

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